l’Arturità | Famiglie Arture – Zio Arturo

    l’Arturità | Famiglie Arture – Zio Arturo

    Fra cinque giorni sono quattro mesi dal giorno in cui mio Zio Arturo è morto. Sì, lo so, un inizio proprio leggero; ho improvvisamente deciso, mentre scrivevo queste righe, di usare la parola morto e non le ridicole espressioni ‘scomparso’, ‘andato via’, e gnegnegne.

    Fosse andato via o scomparso, avrei ingaggiato un investigatore, sarei andata a riprendermelo tirandolo per un orecchio, dicendogli anche che queste ferie gli sarebbero state detratte dallo stipendio; ma il negozio era anche il suo, quindi probabilmente mi avrebbe tirato fuori il dito medio.

    No anzi, quello no: mio zio Arturo non diceva le parolacce, e anche quando brontolava, perché in disaccordo su qualcosa, lo faceva con una battuta, e poi tirava su le spalle perché aveva questo tic che, lo sapeva, ci faceva scompisciare.

    Era solo un’alzata di spalle, che uno potrebbe scambiare per l’imitazione che Fiorello fa di Maurizio Costanzo, perché il collo sembrava scomparire: niente di straordinario, ma lui diceva una freddura perfetta e poi alzava di spalle, così ci sembrava un comico nato, un raffinato professionista della risata, oltre che un ladro di bis a tavola (o forse quella sono io, ma lui accettava di buon grado la sentenza di colpevolezza, magari l’avesse insegnato a certi condannati in cassazione).

    Poi aveva questa cosa che non riusciamo a capire come sia nata: cioè mi chiamava “Tonì”, diminutivo di Tonino. Ma io non mi chiamo Tonino, e a parte Consuelo e pochi altri nomi femminili che terminano per ‘o’, al massimo sono Tonina.

    Quando tornavo a casa da scuola, lui con le mani impegnate (era già di nuovo orario di lavoro) alzava le spalle e diceva: “TONI’!!!” per salutarmi, e io rispondevo: “Ciao Tonì!” e la cosa lo faceva ridere ogni volta, che insomma, reiterata per cinque giorni a settimana per anni, più le feste, è una scena che esaurisce il proprio potenziale ironico. Ma questa cosa che se la ridesse un sacco faceva ridere anche a me, quindi “Tonì!!!”, “Ciao Tonì!!!”, e si continuava senza posa.
    Sia messo agli atti che non si chiamava nemmeno lui Tonino, né Arturo. Anzi, ora vi tradisco e rivelo: non era nemmeno di sinistra.

    Quando ho cominciato ed esprimere a tavola le mie opinioni politiche, così minuscole, disarticolate e arrabbiate, lui mi contraddiceva di continuo, e gli leggevo un certo fastidio nello sguardo, ma dopo qualche esclamazione di rimando alzava le spalle e ne diceva un’altra, però poi il bis me lo rubava davvero, forse per vendetta. Ma certo che era un Arturo, mi dico, e non per edulcorare qualcosa, non per tirarlo “sul carro”. Sai che gliene importa. Vi dovete fidare di me, stavolta: era un Arturo, e come tanti Arturi sparpagliati per il mondo, per motivi diversi, è morto.
    Così anche la nostra vita si è un po’ disintegrata, non diamo cenni di ripresa, anzi a me pare che abbiamo lasciato cadere la spessa coltre di sipario dalla cima del palcoscenico. Ho scoperto con orrore una cosa che quasi vent’anni di scolarizzazione avevano accuratamente omesso dal catalogo della didattica: e cioè che non ero io, dall’alto della mia sinistroide superiorità, chiaramente millantata, a vederci come una famiglia imperfetta. Di colpo ho scoperto che le imperfezioni, o meglio le sfortune, le tristezze, erano già tutte lì, senza la mia proustiana invenzione: imperfezioni che erano stati così bravi a nascondermi? Macché, che io ero stata eccellente nell’arte di non vedere. Poi certo, per campare ci vogliono anche le tristezze.

    Zio Arturo è volato via, sepolto. Un bell’ossimoro, o un ossimoro de merda. L’avevo detto che era meglio dire morto. Perché a dire che è perso, non toglie comunque che è perso per sempre, e persi siamo noi, con aculea rassegnazione.
    Però c’è questa cosa bellissima nel Movimento Arturo, che è l’anonimato di quella serie di profili – che di persona spero di non conoscere mai; che ti rispondono fuori dall’orario lavorativo, magari un po’ abbacchiati, ma sempre divertiti. Che entro 140 caratteri mi fanno scompisciare, e io un po’ ci immagino, affianco, un’alzata di spalle. Una serie di zii e zie, Arturi e Arture, che non saranno mai come il mio zio Arturo, ma che mi fanno dimenticare, o ricordare con un accettabile sorriso. Innocente, quasi felice.

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