l’Arturità | Diario di un Arturo | “Il giorno in cui diventai un buonista…”

l’Arturità – Diario di un Arturo – E se domani…
21 marzo 2017

l’Arturità | Diario di un Arturo | “Il giorno in cui diventai un buonista…”

l’Arturità | Diario di un Arturo | 5 Aprile 2017 

Il giorno in cui diventai buonista lo ricordo benissimo, avevo più o meno 9 anni. Le mie preoccupazioni, all’epoca,  erano tre: le figurine, il pallone e i supereroi. Del resto m’importava poco.
In un giorno di settembre, che ricordo come fosse ieri, arrivò nella nostra classe un nuovo alunno, Paul. Capelli a caschetto biondissimi e zainetto verde, senza marca e senza disegni.
Lo zaino dei maschi alle elementari era fondamentale. Se avevi lo zaino Invicta (ultimo modello, super accessoriato con scompartimento portafigurine) diventavi “quello coi soldi”. Se portavi lo zaino della tua squadra del cuore stavi tra quelli “moderatamente fighi”.  Chi portava lo zaino Dragonball era di solito una testa calda, che alla peggio menava (e pure forte). Se invece avevi lo zaino monocolore verde, senza scritte e senza immagini (e senza porta figurine) voleva dire una sola cosa: eri diverso.
Sì, Paul era diverso, era “straniero”. Veniva dalla Romania e parlava l’italiano con un accento buffo, che quando pronunciò per la prima volta il suo cognome (che finiva con la U) tutti scoppiarono a ridere. “Minchia – pensai – Paul, cominciamo bene, già ti presenti con lo zaino verde, pure sto cognome, è finita…”.
Nei primi giorni la maestra se lo sedette vicino: Paul aveva ancora tante cose da recuperare. Noi intanto, dall’altra parte della barricata, studiavamo lui. Cercavamo d’interpretare la diversità.
Fino a che non arrivò il fatidico giorno in cui Paul dovette attraversare la barricata.
La maestra chiese: “Chi si siede con Paul?”. Calò il silenzio. Sgomento. Si fermarono anche i “coppini” alla nuca di “quello con lo zaino di dragonball” sul suo compagno di banco. Anche le mosche che ronzavano per l’aula si fermarono.

Paul ci guardava. E proprio quello, esattamente quello, fu il momento in cui diventai buonista. E così alzai la mano e dissi: “Mi siedo io con Paul”.
Mai scelta fu più azzeccata. Imparai un sacco di cose: che le figurine le fanno anche in Romania, per esempio, e che Paul amava i cavalli e sui cavalli sapeva cose fighissime. Soprattutto imparai, quel giorno, a non essere indifferente, a non voltarmi dall’altra parte quando qualcuno chiede aiuto (anche in silenzio, come in quel caso).

 


Da allora sono sempre più convinto che farsi carico degli altri, del loro dolore, sia l’unico modo per restare umani. Perché se un dolore lo vivi da solo diventa un macigno, un dramma che con il tempo si trasformerà in rabbia e forse in odio. Ma se lo condividi, se qualcuno se ne fa carico, il macigno può diventare un piuma e la rabbia può trasformarsi in speranza.
Perché racconto oggi la storia di Paul? Perché ho visto le immagini che arrivano dalla Syria, e penso che davanti a quelle persone non possiamo che aprire le nostre porte. E se questo vuol dire essere buonista, allora io sono buonista. Da quel giorno sono diventato buonista, da quel giorno forse ho scelto di essere di sinistra. In sintesi, un Arturo.

 

Quella parola (buonismo) è un alibi insostituibile: serve a ridurre ogni moto di umanità o di gentilezza a un’impostura da ipocriti, e di conseguenza ad assolvere ogni moto di grettezza e di disumanità.” (Michele Serra)

 

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