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l’ArturitàArturock 29 Marzo 2017. Stamattina ne abbiamo sentita una bella forte, di anti-arturità. Per la precisione nell’aula bunker di Rebibbia, dove si stava svolgendo il processo per il caso che la stampa ha rinominato Mafia Capitale. L’ha detta Massimo Carminati, l’ex NAR. “Io sono un vecchio fascista degli anni Settanta e sono contentissimo di quello che sono”. La cosa non dovrebbe stupirci, bensì farci male, profondamente, letterariamente, arturianamente.
E non perché speravamo che i fascisti si fossero estinti, come i velociraptor – o forse è meglio dire come degli affamati T-Rex (scusaci, Marc Bolan); né perché il 2017 è al di là della destra e della sinistra, come qualcuno sostiene. Non, insomma, perché pensiamo siano categorie stantie e da archiviare, come dice Salvini – che un secondo dopo averlo detto si allea con Casapound (aoh, questo è il daltonismo del terzo millennio, Teo).

Tra i dinosauri, una di quelle cose che ci sembrano vecchie di millenni ma di cui ancora non abbiamo capito niente, cioè come D’Alema ma peggio, è l’Arturo la specie in via di estinzione. Perché Carminati, paradossalmente, è uno dei pochi che usa la parola fascista “con scienza”. Insomma, sono gli amici suoi! E quindi è dinosauro anche lui, è gigante, per nostra sfortuna, ma dall’altra parte della barricata, che instagram lo sappia o che al contrario finga, placidamente, l’ennesima proficua amnesia.
Se Arturo si estingue non servirà più a nulla citare Nanni Moretti e “le parole sono importanti!”. Se gli Arturi cambiano nome all’anagrafe, se diventano fossili, se quest’era glaciale di terrore e silenzi li fa fuori tutti, una volta per tutte, parole come ‘fascista’ restano incustodite, come fiere pericolose a briglia sciolta. Una parola così è come lo stereotipato criminale delle fiction, col vestito da gentiluomo, bello ma armato fino al collo.

Ci ricorda una delle scene migliori di Arance e Martello, del nostro Lider Maximo Z di Zoro (spoiler alert): l’agente addetta a coordinare lo sgombero, emblematicamente, si toglie la lucerna del carabiniere, si scioglie i capelli. Le urlano fascista, lei cita Pasolini. Ricorda agli altri l’umanità che per comodità loro le strappano via, con una parola sbagliata e più stupida del solito. Buttata lì, come una macchia d’olio che ci sporca, ci allontana, ci porta a non capirci, quasi di proposito.
Certi uomini, come Joker, vogliono vedere soltanto il mondo bruciare. Ma in realtà in molti vogliono vederlo congelato, con Arturo poi che diventa il tema di un museo delle cere.

Che importa a Carminati se non sappiamo usare la sua parola preferita? Lui più la sente più si rafforza, più si scongela dall’ibernazione che speravamo l’avesse tramortito per sempre. Mentre ad Arturo importa, perché ne va della sua stessa sopravvivenza. E non siamo anti-democratici se rivendichiamo una cosa: e cioè che non c’è spazio per entrambi questi giganti nel mondo. Non c’è mai stato.

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